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Gay & Bisex

Voglie notturne (2)


di cazzovenoso
25.05.2026    |    1.938    |    4 9.6
"Lo sentii tendersi, le pareti del suo corpo che si stringevano attorno a me in una morsa quasi insopportabile; era arrivato al limite, e io ero lì per spingerlo oltre..."
Nelle notti successive, tornai in quel parco come un predatore che sorveglia il proprio territorio: camminavo tra le ombre, i sensi allertati da ogni fruscìo, cercando quel profilo familiare nel buio.
Sapevo che era lì, ne ero certo; sentivo la sua presenza come una carica elettrica che saturava l’aria prima di un temporale, un odore metallico di desiderio misto al sapore aspro della paura.
Mi convincevo che il destino stesse barando, divertendosi a giocare a nascondino con le nostre traiettorie: quando io occupavo lo spazio, lui era appena svanito in un soffio di nebbia; quando lui lanciava un richiamo silenzioso nel buio, io ero già scivolato altrove, altrove nel tempo o nel coraggio.
Mi piaceva raccontarmela così, era un modo elegante per dare un senso a quel vuoto, per trasformare una banale assenza in un inseguimento epico, quasi mitologico; era più facile credere a un incantesimo che ci condannava a sfiorarci senza toccarci mai, piuttosto che accettare il silenzio.
Ma la verità, quella che mi aspettava gelida sotto la luce dei neon sulla via del ritorno, era molto più spoglia: non c’era elettricità, non c’erano inseguimenti metafisici; la realtà era che i nostri passi non incrociavano gli stessi sentieri.
Non ci si era più incontrati, e forse, in quel parco, non c’eravamo mai stati in due nello stesso momento; ero solo io, a caccia di un’ombra che avevo proiettato io stesso tra gli alberi.

Finché una sera, dopo mesi di quella caccia solitaria fatta di fantasmi e bugie, ci incontrammo di nuovo.
Accadde senza preavviso, senza la scenografia che avevo immaginato: non ci fu musica di tensione, non ci fu il rallentatore dei film; ci fu solo l’angolo di un sentiero, dove i miei passi si fermarono prima che la mia mente potesse elaborare l’immagine.
Era lì, immobile come se fosse stato estratto dalla terra stessa del parco.
L'impatto fu fisico, un colpo allo stomaco che mi tolse il fiato; per mesi avevo inseguito un’idea, un profumo astratto, una memoria distorta dal desiderio, ma trovarmi davanti alla realtà della sua carne fu un’altra cosa.
Apparve più piccolo, o forse solo più umano di come lo ricordavo; un silenzio pesantissimo, quasi solido, ci separava.
I suoi occhi cercarono i miei e in quel momento compresi che la mia recita era finita: non ero più il predatore che sorvegliava il territorio… mi resi conto che, in tutti quei mesi, non stavo aspettando lui, stavo aspettando quel preciso istante di terrore per capire se fossi ancora capace di sentire qualcosa.
Non disse nulla; fece un passo avanti, uscendo completamente dall'ombra, e la luce fioca rivelò che anche lui, forse, stava raccontando a sé stesso la stessa identica menzogna.
Si fermò a pochi metri da me, ansimando “Non riesco più a dormire” disse, e la sua voce era rotta, priva di ogni difesa “non riesco più a guardarlo senza sentire le tue mani su di me. È un casino!” e fece un ulteriore passo avanti, entrando nel mio spazio vitale.
Non era venuto per scappare, era venuto per soccombere definitivamente “Non so cosa voglio, non lo so… non so più niente…” sussurrò, arrivando a un soffio dal mio petto “voglio solo che mi porti via da qui. Ora. Ovunque, purché non qui.”.

Lo afferrai per il braccio, un gesto deciso che non ammetteva repliche, e lo trascinai verso l'uscita del parco; non dissi una parola finché non fummo chiusi dentro l’abitacolo della mia auto.
Lì, nel silenzio interrotto solo dal picchiettare della pioggia sul tetto, l’odore di pelle e di bagnato divenne una miscela esplosiva.
Guidai veloce, con una mano sul cambio e l’altra stretta sulla sua coscia, sentendo i suoi muscoli tendersi a ogni mia pressione: lui restava appoggiato al sedile, la testa all'indietro e gli occhi chiusi, abbandonato a un destino che aveva smesso di combattere.
Arrivammo al mio loft in pochi minuti; non appena la porta blindata si chiuse alle nostre spalle, lo spinsi contro il muro dell'ingresso: la luce soffusa dei lampioni filtrava dalle grandi vetrate, disegnando ombre lunghe sul pavimento di cemento.
Qui non c’erano alberi ruvidi o il rischio di essere scoperti; c’eravamo solo io, lui e lo spazio vasto di una casa che sembrava fatta apposta per accogliere quella violenta necessità.
“Come ti chiami?” gli sussurrai all'orecchio mentre gli sfilavo la maglietta bagnata, lasciandola cadere a terra con un rumore sordo.
“Giacomo…” e inarcò la schiena, cercando il contatto con il freddo del muro per contrastare il calore che emanavo; mi cercò la bocca con una fame che non aveva più nulla della timidezza del primo incontro, mi trascinò verso il grande divano di pelle al centro della stanza, pronto a farsi consumare in un ambiente dove ogni gemito sarebbe rimasto impresso tra quelle mura, lontano dal mondo e dal suo fidanzato.
Lo spinsi dolcemente sul divano, obbligandolo a sdraiarsi mentre io rimanevo in piedi, sovrastandolo: la luce della città, filtrata dalla pioggia sui vetri, creava riflessi d'acciaio sulla sua pelle nuda e umida.
Volevo che l'attesa diventasse per lui una forma di tortura più sottile di qualsiasi affondo.
Mi sedetti sul bordo del divano, ma non lo toccai subito.
Lasciai che i miei occhi percorressero ogni centimetro del suo corpo, fermandomi sulle sue labbra che tremavano appena: quando finalmente poggiai le dita sulla sua pelle, lo feci con la leggerezza di un respiro, risalendo dalle caviglie fino all'interno coscia, sfiorando appena i punti più sensibili senza mai soffermarmici davvero.
Lui sussultò, cercando di spingere il bacino contro la mia mano, ma io lo bloccai con uno sguardo.
Iniziai a baciarlo, ma non sulla bocca: scelsi il lobo dell'orecchio, poi la linea della mascella, scendendo verso il collo dove il suo battito cardiaco accelerato colpiva la mia pelle come un tamburo impazzito; ogni mio bacio era lento, umido, quasi pigro.
Usavo la lingua per tracciare percorsi invisibili sul suo petto, fermandomi a mordicchiare la pelle quel tanto che bastava a fargli sfuggire un lamento strozzato.
Sapevo che stava bruciando.
Potevo sentire il calore che emanava, la tensione muscolare di chi è sull'orlo di un precipizio e implora di essere spinto giù, ma continuavo a negargli il finale, alternando carezze vellutate a pressioni più decise, portandolo al limite per poi ritrarmi bruscamente, lasciandolo nel vuoto della mia assenza.
“Dimmi, Giacomo” gli sussurrai contro la pelle del ventre, mentre la mia mano scivolava finalmente verso il centro del suo desiderio senza però stringere “cosa vuoi veramente da me?”.
Inarcò il corpo, le nocche bianche per quanto stringeva i cuscini del divano “Ti prego...” implorò, e in quella parola c'era tutta la sua resa.

Il tempo delle carezze era scaduto, quelle sue due semplici parole furono la scintilla che diede fuoco a tutta la benzina accumulata in quelle notti di attesa: non risposi, ma lo afferrai per i fianchi e lo voltai brutalmente, costringendolo a premere il viso contro la pelle fredda del divano, mentre il contrasto con il calore dei nostri corpi creava un attrito quasi elettrico.
Non c’era più spazio per la metodica lentezza di prima; lo invasi con la forza di chi reclama una proprietà che gli è stata sottratta troppo a lungo: lo penetrai con forza, senza chiedere, ben consapevole dell’arrendevolezza di Giacomo in quel momento.
E nei successivi.
Sentii il divano cigolare sotto il peso del mio corpo e della mia spinta, un suono che si mescolava ai suoi gemiti, ora non più soffocati, ma pieni, vibranti, liberati da ogni residuo di colpa.
Il contatto con la pelle del divano rendeva tutto più crudo: ogni affondo era scandito dal rumore della carne che batteva contro la superficie liscia, un ritmo tribale che rimbombava nel mio loft silenzioso: ero tornato a essere quello del parco, ma con la consapevolezza che qui non c'erano testimoni, non c'erano torce, solo il mio desiderio di distruggerlo e ricostruirlo a mia immagine.
Affondava le unghie nel rivestimento, flettendo la schiena in modo quasi innaturale per accogliere ogni centimetro del mio cazzo, che era duro più del marmo.
Non era più solo sesso; era un'esecuzione sensoriale.
Volevo che sentisse la differenza tra l'affetto ordinario che lo aspettava a casa e il possesso assoluto di un uomo che sapeva esattamente come portarlo oltre il punto di non ritorno “Guarda fuori” gli ordinai con voce roca, spingendo la sua testa verso la vetrata dove la pioggia continuava a battere furiosa “la città è tutta lì fuori, ma tu stasera hai deciso di venire qui da me, a farti scopare come una cagna, perché quell’altro non lo sa fare, vero?”.

Giacomo emise un suono strozzato, un misto tra un gemito e un singhiozzo, mentre le mie parole gli trapanavano la mente con la stessa violenza dei miei affondi; la sua fronte era incollata alla superficie del divano, ma i suoi occhi, sbarrati e lucidi, fissavano il riflesso delle luci della città che danzavano tra le gocce di pioggia sulla vetrata.
“Dillo” ringhiai, afferrandogli i capelli per costringerlo a inarcare ancora di più la schiena, esponendolo totalmente alla mia ferocia “dillo, mentre ti sfondo così” e spinsi il mio uccello con una violenza inaudita facendolo urlare.
“N-nessuno...” ansimò lui, e sentii le sue dita affondare disperatamente nel cuscino, cercando un appiglio in quel mare di sensazioni che lo stava sommergendo “nessuno mai... come te. Oh Dio, ti ho sognato ogni singola notte da quella notte al parco.”.
Quella confessione fu benzina pura: aumentai il ritmo, incurante della sua pelle che arrossava sotto il calore del mio attrito; volevo marchiarlo, volevo che ogni muscolo del suo corpo gli ricordasse a chi apparteneva davvero.
La stanza era satura del rumore dei nostri corpi, un battito sordo e primitivo che annullava il ticchettio della pioggia. Giacomo non opponeva resistenza; anzi, spingeva il bacino all'indietro, cercando di colmare ogni millimetro di spazio, implorando silenziosamente di essere annientato da quel piacere che rasentava il dolore “per non pensare a te mi son fatto scopare da chiunque, ti ho cercato in ogni tocco, in ogni carezza... ma era tutto così... vuoto” continuò lui con voce spezzata, ormai privo di difese, mentre il piacere lo portava a un passo dal baratro “ma né lui né gli altri non mi ha mai guardato come se fossi suo da distruggere... tu invece, non so come fai, sai cosa voglio davvero” mentre si menava quel grosso palo che aveva tra le gambe.
Lo sentii tendersi, le pareti del suo corpo che si stringevano attorno a me in una morsa quasi insopportabile; era arrivato al limite, e io ero lì per spingerlo oltre.
Lo tenni fermo, dominando ogni suo fremito, mentre la consapevolezza di averlo completamente sottomesso alla mia volontà, non solo fisica ma mentale, rendeva quel momento di un’intensità rara.
Sborrammo insieme con un grugnito animalesco, in un groviglio di membra e sudore che sembrava non voler finire mai, e quando finalmente mi accasciai sopra di lui, sentii il suo cuore battere all'impazzata contro le mie costole.

Il calore del post-orgasmo ci aveva trascinati in un sonno pesante, uno di quei torpori profondi dove i confini tra due corpi si annullano; lo tenevo stretto, il suo respiro finalmente regolare contro il mio petto, mentre la pioggia continuava a picchiettare sui vetri come una ninna nanna metallica.
In quel momento, nel buio, sembrava che la realtà esterna, il suo fidanzato, i suoi dubbi, la sua vita ‘per bene’, fosse stata spazzata via dalla forza del nostro incontro.
Ma la notte sa essere una giudice crudele.
Verso le tre del mattino, sentii il letto farsi più leggero: aprii gli occhi di pochi millimetri, restando immobile nell'ombra, osservando la sagoma di Giacomo che si muoveva freneticamente nel buio; la luce azzurrina dei lampioni rivelava il suo volto: non c’era più traccia del piacere, solo una maschera di panico e rimorso.
Si infilò i vestiti con gesti nervosi, quasi violenti, come se volesse coprire al più presto la pelle che avevo marchiato; lo vidi cercare le scarpe, inciampare, poi fermarsi un istante a fissarmi.
Sapeva che ero sveglio? Forse, ma non ebbe il coraggio di dire una parola; il silenzio del loft era diventato per lui un muro d'accusa insopportabile.
Prese le chiavi, lanciò un'ultima occhiata alla stanza che era stata teatro della sua resa e scivolò fuori dalla porta, chiudendola con un clic leggero, quasi furtivo; era tornato a essere il ragazzo che scappa, l'uomo diviso a metà che corre verso una casa che forse, per lui, sarebbe stata sempre troppo stretta.
Rimasi solo tra le lenzuola che profumavano ancora di lui, un sorriso amaro sulle labbra; poteva anche scappare nel cuore della notte, ma sapevo che il freddo che avrebbe trovato nel suo letto ‘sicuro’ sarebbe stato il suo peggior castigo.

Passarono cinque giorni di silenzio assoluto.
Cinque giorni in cui il ricordo di quella notte era rimasto sospeso nel mio loft come il fumo di una sigaretta che non vuole diradarsi; immaginavo la sua battaglia quotidiana: i sorrisi forzati a colazione, il peso di un segreto che gli scavava lo stomaco e il fantasma della mia voce che lo tormentava nei momenti di silenzio.
Poi, una sera di vento, il citofono gracchiò “Sono Giacomo…”.
Quando aprii la porta, lo vidi lì, sulla soglia: non era più il ragazzo impaurito che era scappato nel cuore della notte, ma non era nemmeno il giovane spavaldo del parco.
Sembrava più magro, le occhiaie segnate da notti insonni, e i suoi occhi avevano quella luce disperata di chi ha provato a dimenticare e ha fallito miseramente.
Restò immobile per qualche secondo, guardandomi come se fossi l'unica ancora di salvezza in un mare in tempesta “Ci ho provato” disse senza nemmeno salutarmi, la voce roca e stanca “ho provato a baciarlo e a non sentire le tue mani. Ho provato a convincermi che tu fossi solo un errore dettato dalla noia. Ma ogni volta che entravo in camera mia, sentivo l'odore di questo posto. Non posso più restare lì. Non dopo quello che mi hai fatto.”.
“Che ti ho fatto… io? Le cose si fanno in due eh, mi sembra che ti è abbondantemente piaciuto farti scopare. Mi sembra che sei tornato a cercarmi al parco… Mi sembra che sia stato tu a chiedermi di portarti a casa mia” urlai; ero una furia.
Ero pronto ad assumermi le mie responsabilità, certo: ma fino ad un certo punto; avevamo scopato, avevamo goduto, ma da qui al dover farmi carico di una relazione fallimentare anche no “cosa stracazzo vuoi?”.
Fece un passo oltre la soglia, entrando nel loft senza aspettare un invito; si chiuse la porta alle spalle e si appoggiò allo stipite, lo sguardo fisso sul divano di pelle dove lo avevo chiavato l'ultima volta.
“L'ho lasciato” aggiunse in un sussurro, alzando finalmente gli occhi verso i miei “ora non ho più una casa, non ho più certezze. Ho solo il ricordo di un uomo che mi ha distrutto la vita in una notte. E sono tornato perché ho bisogno che tu finisca l'opera.”.
Il potere che avevo su di lui era ora totale, assoluto: non era più un gioco di ombre nel parco; era la resa incondizionata di un'anima che avevo, volontariamente o meno, forse spezzato.
Lo guardai senza muovere un muscolo, lasciando che il silenzio tra noi diventasse pesante, quasi soffocante; rimasi appoggiato al bancone della cucina, osservandolo con una cinica freddezza che sembrava gelargli il sangue nelle vene “Quindi hai distrutto tutto per venire qui a fare la vittima?” dissi, la mia voce bassa e priva di commozione “cercavi un salvatore, uno che quelli come te chiamano sugar daddy? Hai sbagliato indirizzo. Abbiamo scopato, ci siamo divertiti, ma non ti ho mai promesso che avrei raccolto i tuoi pezzi una volta che ti saresti frantumato. Se sei qui perché non hai più un posto dove andare, la città è piena di alberghi.”.
Vidi il suo volto sbiancare, le labbra tremare sotto il peso del mio rifiuto, poi, feci un passo avanti.
Lentamente.
Gli arrivai a un soffio dal viso, sentendo il calore che ancora emanava nonostante il freddo che cercavo di imporgli; gli afferrai il mento con forza, costringendolo a guardarmi, ma nel momento in cui i suoi occhi incrociarono i miei, la rabbia che mi ruggiva dentro si scontrò con qualcosa che non avevo previsto: non c’era sfida nel suo sguardo, solo una stanchezza infinita.
“Non sono e non voglio essere qui per salvarti, Giacomo. Non sono il tipo che asciuga lacrime”; la mia voce era ferma, ma il tono era sceso di un’ottava, perdendo quella punta di crudeltà gratuita “però non sono nemmeno un mostro. Non puoi scaricarmi addosso il peso di aver distrutto la tua vita, perché quella vita era già in pezzi se è bastata una notte per farla crollare, e questo lo sai bene…”.
Allentai la presa sul suo viso, ma non mi allontanai.
Sentivo il suo respiro irregolare battermi sul collo; Giacomo chiuse gli occhi per un istante, lasciando cadere la testa in avanti fino a farla poggiare sulla mia spalla: fu un gesto di una vulnerabilità disarmante, un cedere totale che mi tolse il fiato più di quanto avrebbe fatto un pugno.
“Non ho un piano, cazzo… ho reagito d’istinto” sussurrò lui contro la mia pelle, e stavolta la sua mano cercò la mia, stringendo le dita attorno al mio polso con una delicatezza che stonava con la brutalità di pochi giorni prima “non sono venuto qui per chiederti un anello. Sono qui perché tu sei l'unico che mi ha guardato per quello che sono, anche se quello che hai visto non ti piace. Mi sento sporco, perso... ma almeno con te mi sento vivo.”.
Il cinismo che mi faceva da scudo iniziò a vacillare: lo guardai, stavolta notando davvero quanto fosse fragile in quella penombra; non era un gioco di potere, non stavolta.
Era la richiesta silenziosa di qualcuno che aveva perso la bussola e che, ironia della sorte, cercava la direzione proprio nell'uomo che lo aveva involontariamente portato al naufragio.
“Vai a farti una doccia” dissi dopo un lungo silenzio, staccandomi da lui ma posandogli una mano sulla nuca, quasi a volerlo rassicurare “c'è un accappatoio pulito dietro la porta del bagno. Poi ordiniamo qualcosa da mangiare. Non preoccuparti, non dormi sul divano, stasera.”.
Lui sollevò lo sguardo, un piccolo barlume di speranza che gli illuminava le iridi “E domani?”.
“Domani ci penseremo” risposi, accennando un mezzo sorriso che non aveva nulla di beffardo “adesso muoviti, che sembri uno straccio.”.
Mentre lo guardavo camminare verso il bagno, capii che la vera sfida, ora, era decidere cosa fare di quella fragilità che mi veniva consegnata con tanta fiducia; in quell'istante, la mia freddezza evaporò, incendiata da una nuova ondata di passione, più cupa e consapevole: era un atto di possesso maturo.
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